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Io sono il Buon Pastore

Vedere un gregge, nelle nostre zone, ai nostri giorni, diventa un'immagine sempre più rara quanto bucolica, quasi romantica. Ma  la vita del pastore non è una vita romantica e tenera come a noi appare, ancor più in zone - come le nostre, ad esempio - in cui le stalle riparate per gli ovini sono rare, e la stragrande maggioranza del tempo viene trascorso a fianco del gregge, esposti alle intemperie di ogni tipo. Per non parlare degli insulti o del disprezzo da parte di alcuni automobilisti che non hanno la pazienza di aspettare per qualche minuto il passaggio di un gregge su una strada principale, salvo poi banchettare a Pasqua con  agnello e formaggio pecorino.

L'identificazione che Gesù fa di se stesso con il Buon Pastore non, suscita tali sentimenti di tenerezza, di dolcezza e di rassicurazione poichè i Giudei che lo stavano ad ascoltare, al termine del suo discorso raccolgono pietre per lapidarlo! Probabilmente, quello che aveva detto loro con questa similitudine del Buon Pastore non aveva un effetto poi così tranquillizzante come pensiamo. Come mai?


Gesù  non si definisce un pastore buono nel senso di mite, di pacifico, di buono d'animo o di carattere, altrimenti in questo modo non sarebbe imitabile da chi buono di carattere non è; Gesù è il Buon Pastore nel senso di un pastore bravo, valido, in gamba, dedito al suo lavoro, alla sua missione, potremmo dire. Talmente dedito, che per il suo gregge giunge a dare la vita  instaurando un rapporto personale con il proprio gregge che va dietro al pastore anche solo ascoltando il suo tono di voce o un semplice fischio.

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