La Chiesa Grande

16 settembre 1958: Inizio lavori 
La Chiesa GrandeLa costruzione della nuova chiesa parrocchiale, “la chiesa grande” come la chiamano i parrocchiani, ha avuto inizio il 16 settembre 1958 con un cantiere ministeriale concesso per la durata di 3 mesi in cui lavorarono 15 operai disoccupati.
L’esigenza di una chiesa più grande venne regolarmente registrata in tutte le visite pastorali effettuate dall’Arcivescovo Ernesto Maria Piovella a cominciare dal 1922:
La Chiesa è purtroppo insufficiente ai bisogni della popolazione e perciò d’accordo col Municipio abbiamo costituito un Comitato per raccogliere fondi necessari all’ampliamento”.
 Tale progetto fu caldeggiato nelle seguenti visite pastorali del 1928 e del 1934.
La popolazione contava circa 1500 anime, esattamente il triplo di quando fu costruita la chiesetta, mentre nel rione S. Giorgio ormai era ridotta a 150 persone.
 
Nella visita pastorale del 1940 Mons. Piovella ancora volta sottolineavail problema della insufficienza della Chiesa che si fa sempre più assillante per l’aumento della popolazione. Sappiamo di vari tentativi fatti per ampliarla ma purtroppo a nulla approdarono. Si aumentino le preghiere e perciò ordiniamo che nelle Benedizioni Eucaristiche si faccia precedere al Tantum Ergo, un pater, ave, gloria al SS. Cuore di Gesù a tale scopo”.
Finalmente le preghiere stavano per essere esaudite, infatti nella visita pastorale del 1946, per la prima volta si parla di costruzione di una nuova chiesa e non più di ampliamento della vecchia.
Il parroco era don Giovanni Serra. La gente lo ricorda, bravo, snello, sportivo e intraprendente. Secondo quanto ci ha raccontato Enrico, fu grazie a lui che la famiglia di Vincenzo Demontis e Damiana Meloni offrì un appezzamento di terreno chiamato "Ferreri" vicino alla chiesa già esistente.
Era un grosso cortile su cui si affacciavano delle case cadenti abitate da alcune famiglie.
Ferreri era il “parco giochi” dei bambini di allora. Vi sorgeva la falegnameria del signor Alberto Concas e, alla fine degli anni 50 è stata proprio la demolizione di questa, per far posto alla nuova Chiesa, che ha dato a tanti bambini la sensazione che un'epoca si era ormai chiusa per sempre.
 
Nel 1953, dopo una breve parentesi di poco più di un anno con don Contu, il nuovo parroco don Giuseppe Pibiri si attivò in tutti i modi affinché i lavori potessero finalmente iniziare.
La gente lo ricorda molto affettuosamente bussare a tante porte e darsi un gran daffare per avere i tanto sospirati contributi regionali e solo cinque anni dopo poté vedere realizzato il suo sogno.
I lavori, iniziati a settembre, ebbero termine il 31dicembre 1958.
Furono fatte le fondazioni e i muri perimetrali con pietra locale e cemento. Il direttore del cantiere era il geom. Cav. Giovanni Ferino e l’aiuto istruttore il muratore Tiddia Antonio.
 
Per il paese erano anni di crisi economica, disoccupazione e i lavori della chiesa rappresentarono un’ancora di salvezza per molti uomini.
Ninni Concas che lavorò a quasi tutta la costruzione della chiesa, oggi ricorda così quel periodo:
La costruzione della Chiesa mi ha "salvato” dall’emigrazione.
Quando abbiamo montato il ponteggio per la costruzione dei muri perimetrali, io sono stato il primo a salire e anche il primo a cadere. Mastro Azeni, che stava facendo il giro dell'edificio, mi
trovò in mezzo ai tacchini del signor Tolu. Eravamo una decina di operai e lavoravamo in coppia. Il Collocatore Loddo
Eravamo stati assunti dal collocatore signor Loddo.
Con me fece qualche difficoltà e mi mandò nel cantiere di rimboschimento di Villa d'Orri per una quindicina di giorni. Era stata quasi una punizione per la dignità di un muratore, ma alla fine venne a casa mia e mi comunicò l'assunzione nel cantiere per la costruzione della Chiesa grande.
Il lavoro era ben retribuito, in regola con l'assicurazione e anche gli orari buoni. Se il cemento era finito capitava di tornare a casa anche alle quattro del pomeriggio.
 
  I lavori eseguiti con la guida e l’accurata vigilanza del personale istruttore e di un tecnico del Genio Civile di Cagliari, furono collaudati da un funzionario dello stesso Genio Civile nel gennaio 1959.
Ma Don Pibiri era ben determinato a far costruire la chiesa e continuò la sua battaglia affinché i lavori riprendessero e finalmente, grazie all’interessamento dell’Assessorato Regionale dei LL. PP, venne approvata la domanda del Comune che con deliberazione del 19.12.59 aveva chiesto la somma di 15 milioni relativa alla costruzione del 1° lotto della Chiesa Parrocchiale.
 
 
19 dicembre 1960: Ripresa dei lavori
Il nuovo progetto redatto dall’Arch. Maria Freddi, docente all’Università di Cagliari, comprendeva la costruzione della chiesa larga circa 17 metri e lunga oltre 40 metri (compresa la sacristia) e la costruzione di aule catechistiche e locali ricreativi nella parte sotterraneo. Inoltre sarebbe stato portato a termine tutto il rustico dei lavori, affidati all’impresa Saturnino Randaccio con sede in via Mameli a Cagliari che faceva lavori in prevalenza idraulici, ma anche edili.
I lavori ripresero quindi nel settembre del 1960 con la direzione dello stesso Arch. Progettista Signora Maria Freddi.
E’ ancora Ninni che ricorda come l'impresario visitava il cantiere una volta all'anno, mentre l'architetto arrivava all'improvviso. Spesso chiedeva di fare il "provino" cioè di preparare piccoli cubetti di cemento che avrebbe fatto analizzare per vedere se la consistenza era adeguata alla quantità di sabbia usata. Era una donna precisa e attenta che tutto si svolgesse come previsto dalle norme.
Ninni la ricorda così: “Veniva in cantiere con i guantini eleganti, prendeva il metro e misurava.
 Era alta, snella, capelli grigi e occhiali. Vestiva elegante: pantaloni e giacca corta.
Si rivolgeva al capo cantiere sempre con un tono autoritario. Per fortuna non veniva tutti i giorni. Il suo arrivo ci spaventava perché c'era sicuramente qualche muro da buttare giù. Era molto indecisa e ha fatto cambiare diverse volte la posizione dell'altare”
.
 
 
I lavori proseguirono alacremente e il 6 dicembre 1960 era stata ultimata la copertura dei locali sotterranei ed erano stati innalzati i pilastri della parte superiore e iniziata la costruzione dei muri della chiesa.
Ninni ci spiega che i pilastri vennero fatti proprio perché il solaio, cioè l'attuale pavimento della Chiesa, poggia su di essi, quindi sotto il pavimento risulta esserci una camera vuota.
 
Maria Antonietta, la cui casa confinava con la chiesa in costruzione, ricorda così quel momento:
Don Pibiri veniva a giocare a bocce nel nostro bar e ricordo che si lamentava spesso del progetto della Chiesa. Ripeteva che secondo lui era troppo alta e se fosse stata più bassa non avrebbe avuto bisogno di tante finestre. L'architetto insisteva nel dire che la Chiesa sarebbe stata bellissima e così convinse mio padre ad autorizzare la costruzione di una serie infinita di finestre che si affacciano sul nostro cortile”.
 
In effetti l’altezza dei muri della nuova chiesa non mancò di attirare l’attenzione della popolazione.
Paolo, che in quel periodo aveva tredici anni ricorda che gli capitava spesso di giocare in piazza e guardava con stupore quest'opera "avveniristica" che ogni giorno diventava sempre più alta. Era troppo moderna! Pensò persino a qualche "americanata", del resto erano appena finiti gli anni 50.
 
Mastro Atzeni con LuigiL’impresa contava di ultimare la costruzione del 1° lotto entro la primavera del 1961° patto che l’Assessorato Regionale ai LL. PP avesse concesso, senza interruzione, il finanziamento dei lavori del 2° lotto, con cui la nuova chiesa tanto bramata dal Parroco e dalla popolazione sarebbe stata completata.
Sulla somma ottenuta per il 1° lotto e su quella che la Regione Sarda avrebbe stanziato per il 2° lotto, il Comune di Sarroch si era impegnato al rimborso, nei termini previsti dall’art. 11 della legge Regionale 13/06/1958 n° 4, della quota a suo carico in ragione del 15%.
Di quei frenetici anni di lavoro, quasi tutti gli operai ricordano con affetto il caposquadra mastro Azeni, la sua pazienza e i suoi modi gentili. Veniva da Monserrato e aveva sempre una parola gentile per tutti.
 
Luglio 1962
Sullo sfondo la Chiesa in costruzioneI lavori per la costruzione della nuova chiesa parrocchiale, ripresero nel luglio del 1962 grazie ad un finanziamento di 10 milioni, disposti dall’Assessorato Regionale ai lavori pubblici.
Questo 2° lotto era stato aggiudicato all’impresa Putzu Andrea di Selargius, con la direzione dei lavori pure nuova esercitata dall’Ing. Antonio Masala di Cagliari.
L’impresario e il direttore dei lavori fecero capire che con la cifra finanziata si poteva ultimare quasi tutto il rustico della chiesa e il solaio della volta.
 
Leonordo :” C'erano grandi aspettative riguardo alla Chiesa grande.
Ricordo con emozione il giorno che con don Pibiri abbiamo portato a Cagliari tutte le statue dei santi per un restauro. Le avevamo caricate sul furgone di mio padre e portate nella bottega di un artigiano dalle parti di viale Regina Margherita. Don Pibiri era molto contento: la Chiesa era grande e finalmente c'era posto per tutte le statue.
Ancora oggi non riesco a capire perché si sia preferito costruire in altezza a discapito di altre opere, come cappelle o un bel presbiterio classico, che avrebbero reso la chiesa più accogliente.
 
Ninni:” Mi intenerisce il pensiero di don Pibiri che si prende cura delle statue da sistemare, poi, nella Chiesa grande. Questo parroco l'ho conosciuto bene proprio durante i lavori ed è nata tra noi una grande amicizia. Ricordo che durante i lavori mi ero dato una martellata sul dito e mi scappò un'imprecazione.
Don Pibiri, che ci stava osservando dalla porta della canonica, venne di corsa verso di me.
 Io ero già pronto ad una ramanzina, ma lui mi disse:-Beh! Come va la squadra di calcio?
Era un modo per dire: -Guarda che ho sentito.
Sapeva sempre come intervenire, era proprio un gran furbacchione.
 
Purtroppo i lavori si interruppero un’altra volta, ma l’instancabile don Pibiri continuò a bussare a quelle porte che ormai conosceva bene, purtroppo arrivò la notizia del suo trasferimento
 
Maria Antonietta:” Mi sono sposata il 17 ottobre 1964, era sabato mattina.
Quando è terminata la cerimonia, don Pibiri ci ha salutato quasi con le lacrime agli occhi. Ha abbracciato mio padre, suo grande amico di partite a bocce. Ci disse che sarebbe sicuramente ritornato per l'inaugurazione della Chiesa grande, poi siamo usciti in piazza e di fronte a noi abbiamo visto un camion con alcuni ragazzi che finivano di caricare i suoi mobili: ormai tutto era pronto per la partenza.
Ogni volta che ripenso al giorno del mio matrimonio, rivedo quel camion pieno di mobili che si allontana dalla piazza lasciandosi alle spalle quella grande Chiesa che don Pibiri aveva voluto con tutte le sue forze e per la quale non aveva esitato a bussare a tante porte fino ad ottenere i tanto sospirati finanziamenti regionali.
Una Chiesa grande per un paese che stava crescendo, ma che lui non era riuscito a vedere finita”.
 
Il 21 ottobre 1964 arrivava a Sarroch il vento del Concilio nella persona del nuovo parroco don Modesto Puddu.
Don Puddu espresse il desiderio di essere ricevuto in forma strettamente privata.
Le suore organizzarono all'asilo una festa di benvenuto alla quale partecipò il sindaco Nino Salonis e tutto il consiglio comunale
 
Il sindaco iniziò un pomposo discorso farcito di "reverendo" e "reverendissimo". Questi titoli divertivano molto il nuovo parroco che se la rideva sotto i baffi, per cui, tutto il discorso del sindaco ebbe un effetto quasi comico e non certo solenne come era nelle intenzioni dell'oratore.
Fu l’inizio di una grande amicizia tra il parroco e il sindaco Salonis, interrotta bruscamente nel dicembre del 1992 con la morte improvvisa dell’amatissimo don Puddu
Il colpo di scena avvenne al momento del " baciamano" quando don Puddu ritirò la mano impedendo che qualcuno gliela baciasse. Strinse amicizia con tutti i parrocchiani indipendentemente dal partito di appartenenza.
 
Marzo 1965
Don Puddu si mostrò subito molto determinato nel voler concludere velocemente i lavori della chiesa. Aveva molte amicizie che “contavano” e questo gli consentì di ottenere un finanziamento regionale pari a 32 milioni che consentirono, nel marzo del 1965, la ripresa dei lavori per l’ultimazione della chiesa e dei locali parrocchiali a conto dell’impresa Rossi di Cagliari.
Venne ristudiato il progetto dei locali parrocchiali per poter avere:
a) un grande salone giochi;
b) sette aule catechistiche indipendenti;
c) servizi igienici disponibili contemporaneamente per le aule, il salone e il cinema.
 
Fu necessario cambiare la posizione dei servizi igienici anche per risolvere il problema dell’allaccio fognario che fu autorizzato gratuitamente dalle Suore.
 
Vennero affrettati e ultimati i lavori dei locali parrocchiali per poter permettere il funzionamento delle Scuole Medie e finalmente, il 15 novembre 1965 ebbero inizio, nei locali parrocchiali, le lezioni delle scuole Medie.
  
1966: Finalmente la nuova chiesa
 
Enrico racconta con emozione:
Una volta che la Chiesa fu costruita bisognava arredarla. Gli altari laterali e le statue furono offerte dalla famiglia del Dottor Emilio Tiddia. I lampadari che oggi non ci sono più vennero comprati con i soldi offerti dalla popolazione. Insieme ad altri membri dell'Azione Cattolica andavamo di casa in casa ogni domenica mattina per raccogliere i soldi per acquistare i lampadari. Ricordo che tutti partecipavano con molto entusiasmo offrendo quello che potevano. Le stazioni della Via Crucis mi pare che siano state offerte dalla famiglia di Demontis Giovanni e sorelle. Anche per i banchi fu fatta una questua.
Ricordo quando insieme al carissimo Paolo Cois abbiamo montato il lampadario centrale, il più grande e pesante. C'è voluta una notte intera: l'abbiamo montato pezzo per pezzo infilando i cristalli uno per uno nello scheletro. Vederlo, appeso nella nostra Chiesa è stata una grande emozione e soddisfazione; vederlo smantellato, poco più di dieci anni dopo, è stato come essere derubati di un pezzo della nostra storia e delle nostre emozioni.
 
La popolazione tutta contribuì all’arredamento della nuova chiesa con oltre cinque milioni.
La generosità dimostrata dalla popolazione per l’arredamento della nuova chiesa, data anche la disoccupazione imperante, costituisce una della pagine più belle della storia di Sarroch.
 
 
Domenica 22 maggio 1966: inaugurazione della nuova chiesa
L'inaugurazione della Chiesa
Il 30 maggio1966 la nuova chiesa parrocchiale venne benedetta da S. E. Mons. Paolo Botto.
Fu una grande festa non solo per la popolazione, preparata spiritualmente da un corso di predicazione del P. Idelfonso Passionista, ma anche per i paesi vicini.
 
Purtroppo, le persone più tradizionaliste, trovarono la chiesa troppo alta e fredda.
I commenti più diffusi la vedevano simile ad un magazzino o ad un fienile
“Era spoglia! Né nicchie, né affreschi, né loculi”
 
 
Quando i lavori erano quasi alla fine, la gente cominciò a chiedersi dove fosse il campanile.
Ad un certo punto diventò persino l'argomento del giorno. Tutti dicevano che non si era mai vista una Chiesa senza campanile.
Dopo l'inaugurazione, continuò a "funzionare" il campanile della Chiesetta piccola. Non so dire perché, ma questo ci sembrava ridicolo.
I primi giorni ci sentivamo molto a disagio a seguire la Messa dentro una Chiesa così grande e spoglia.
In inverno, non riuscivamo a vincere il freddo. Battevamo i denti per tutta la durata delle funzioni.
Mi sono sposata nel 1968, due anni dopo l'inaugurazione, ma ancora non mi ero abituata a quell'ambiente gelido (Angela)
 
 
Don Puddu, in pieno clima conciliare, aveva voluto uno stile più sobrio per richiamare ad una fede più autentica, infatti nel 1963 la Costituzione Conciliare sulla Sacra Liturgia, capitolo VII (L'arte sacra e la sacra suppellettile), art. 125 diceva testualmente:
"Si mantenga l'uso di esporre nelle chiese le immagini sacre alla venerazione dei fedeli. Tuttavia si espongano in numero limitato e secondo una giusta disposizione, affinché non attirino su di sé in maniera esagerata l'ammirazione del popolo cristiano e non favoriscano una devozione sregolata"
 
Don Puddu risolse egregiamente anche il problema del campanile
 
“In pieno spirito conciliare chiamava i fedeli a Messa non con le campane, ma con la musica beat. Ricordo che la domenica mattina aspettavo che dall'altoparlante uscisse quello straordinario ritmo di chitarre elettriche e batterie. A pensarci oggi mi viene la pelle d'oca. Non so quali siano stati i limiti del Concilio Vaticano II, ma per noi che siamo nati negli anni 50 è stata una vera rivoluzione e quella Chiesa grande ci sembrava bellissima” (Ornella).

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Acquasantiera

La deposizione (Zino Sechi)






 

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