Digiuno

altTutto il tempo della Quaresima è tempo di penitenza quindi di conversione. Propongo la lettura del titolo DIGIUNO del “Dizionario di Teologia Biblica Edizioni Marietti AA. VV. - direzione di Xavier Leon Dufour ristampa del 1984 (pagg. 270-272).
Il digiuno consiste nel privarsi di qualche cibo e bevanda, eventualmente dei rapporti sessuali, per uno o più giorni, da un tramonto del sole all’altro.
Gli occidentali, oggigiorno, anche cristiani, in pratica non lo apprezzano. Se pure apprezzano la moderazione nel bere e nel mangiare, il digiuno appare loro pericoloso per la salute, e non ne vedono l’utilità spirituale. Questo atteggiamento è l’opposto di quello che gli storici delle religioni incontrano un po’ dovunque; per motivi di ascetismo, di purificazione , di lutto, di supplica, il digiuno occupa un posto importante nei riti religiosi. Nell’Islamismo, ad esempio, è il mezzo per eccellenza per riconoscere la trascendenza divina. La Bibbia, che qui sta alla base dell’atteggiamento della Chiesa, su questo punto va d’accordo con tutte le altre correnti religiose. Ma precisa il significato del digiuno e ne regola la pratica; con la preghiera e l’elemosina, essa ne fa uno degli atti essenziali che esprimono dinanzi a Dio l’umiltà, la speranza e l’amore dell’uomo.
 
1. Senso del digiuno. – Poiché l’uomo è anima e corpo, non servirebbe a nulla immaginare una religione puramente spirituale: per impegnarsi, l’anima ha bisogno degli atti e degli atteggiamenti del corpo. Il digiuno, sempre accompagnato da una preghiera supplice, serve ad esprimere l’umiltà dinanzi a Dio: digiunare (Lev 16, 31) equivale ad «umiliare la propria anima» (16, 29). Il digiuno non è quindi una prodezza ascetica; non mira a procurare qualche stato di esaltazione psicologica o religiosa. Simili utilizzazioni sono attestate nella storia delle religioni. Ma nel contesto biblico, quando l’uomo si astiene dal mangiare per tutto un giorno (Giud 20, 26; 2Sam 12, 16s; Giona 3,7) mentre considera il cibo come un dono di Dio (Deut 8, 3), questa privazione è un atto religioso di cui bisogna comprendere esattamente i motivi; lo stesso per l’astensione dai rapporti coniugali.
Ci si rivolge al Signore (Dan 9, 3; Esd 8, 21) in un atteggiamento di dipendenza e di abbandono totale: prima di affrontare un compito difficile (Giud 20, 26; Est 4, 16), od ancora per implorare il perdono di una colpa (1Re 21, 27), sollecitare una guarigione (2Sam 12, 16.22), lamentarsi in occasione di una sepoltura (1Sam 31, 13; 2Sam 1, 2), dopo una vedovanza (Giud 8, 5; Lc 2, 17) o in seguito ad una sventura nazionale (1 Sam 7, 6; 2Sam 1, 12; Bar 1, 5; Zac 8, 19), per ottenere la cessazione di una calamità (Gioe 2, 12-17; Giudit 4, 9-13), per aprirsi alla luce divina (Dan 10, 12), per attendere la grazia necessaria al compimento di una missione (Atti 13, 2 s), per prepararsi all’incontro con Dio (Es 34, 28; Dan 9, 13).
Le occasioni e i motivi sono vari. Ma in tutti i casi si tratta di porsi con fede in un atteggiamento di umiltà per accogliere l’azione di Dio e mettersi alla sua presenza. Questa intenzione profonda svela il senso dei quaranta giorni trascorsi senza cibo da Mosé (Es 34, 28) e da Elia (1Re 19, 8). Quanto ai quaranta giorni di Gesù nel deserto, che si modellano su questo duplice esempio, essi non hanno lo scopo di aprirlo allo Spirito di Dio, perché ne è ripieno (Lc 4, 1); se lo Spirito lo spinge a questo digiuno, lo fa perché inauguri la sua missione messianica con un atto di abbandono fiducioso nel Padre suo (Mt 4, 1-4).
2. Pratica del digiuno. – La liturgia giudaica conosceva un «grande digiuno» nel giorno dell’espiazione (cfr Atti 27, 9); la sua pratica era una condizione di appartenenza al popolo di Dio (Lv 23, 29). C’erano pure altri digiuni collettivi nei giorni anniversari delle sventure nazionali. Inoltre i Giudei pii digiunavano per divozione personale (Lc 2, 37); così i discepoli di Giovanni Battista ed i Farisei (Mc 2, 18), taluni dei quali digiunavano due volte la settimana (Lc 18, 129. Con ciò si cercava di soddisfare uno degli elementi della giustizia definita dalla legge e dai profeti. Se Gesù non prescrive nulla del genere ai suoi discepoli (Mc 2, 18), non è perché disprezzi questa giustizia oppure voglia abolirla; ma viene a compierla; e perciò vieta di ostentarla ed invita, su taluni punti, a superarla (Mt 5, 17.20; 6, 1). Gesù insiste maggiormente sul distacco nei confronti delle ricchezze (Mt 19, 21), sulla continenza volontaria (Mt 19, 12) e soprattutto sulla rinuncia a se stessi per portare la croce (Mt 19, 38-39).
Di fatto la pratica del digiuno non è esente da taluni pericoli: pericolo di formalismo, già denunciato da profeti (Am 5, 21; Ger 14, 12); pericolo di orgoglio e di ostentazione, se si digiuna «per essere visti dagli uomini» (Mt 6, 16). Per piacere a Dio, il vero digiuno deve essere unito all’amore del prossimo ed implicare una ricerca della vera giustizia (Is 58, 2-11); esso non è separabile né dall’elemosina, né dalla preghiera. Infine, bisogna digiunare per amore di Dio (Zac 7, 5). Gesù quindi invita a farlo con una perfetta discrezione: noto a Dio solo, questo digiuno sarà la pura espressione della speranza in lui, un digiuno umile che aprirà il cuore alla giustizia interiore, opera del Padre che vede ed agisce nel segreto (Mt 6, 17s).
In materia di digiuno la Chiesa apostolica conservò le usanze del giudaismo, compiute nello spirito definito da Gesù. Gli Atti degli Apostoli menzionano celebrazioni cultuali implicanti digiuno e preghiera (Atti 13, 2ss; 14, 23). Durante il suo massacrante lavoro apostolico, Paolo non si accontenta di soffrire la fame e la sete quando lo esigono le circostanze; vi aggiunge ripetuti digiuni (2Cor 6, 5; 11, 27). La Chiesa è rimasta fedele a questa tradizione, cercando con la pratica del digiuno di mettere i fedeli in un atteggiamento di apertura totale alla grazia del Signore, in attesa del suo ritorno. Infatti, se la prima venuta di Cristo ha posto fine all’attesa di Israele, il tempo che consegue alla sua risurrezione non è quello della gioia totale in cui gli atti di penitenza sarebbero fuori posto. Difendendo, contro i farisei, i suoi discepoli che non digiunavano, Gesù stesso ha detto: «Possono forse digiunare gli amici dello sposo, finché lo sposo è con essi? Verranno giorni in cui lo sposo sarà loro tolto, ed allora digiuneranno» (Mc 2, 19s par.). In attesa che lo sposo ritorni a noi, il digiuno penitenziale ha il suo posto nelle pratiche della Chiesa.
a cura di R. Girard
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