Solennità di Tutti i Santi e Commemorazione dei fedeli defunti.

altIl mese di novembre, nella tradizione della chiesa cattolica, porta a spingere lo sguardo alla realtà che sta oltre la morte: i santi e i defunti in genere.
 
“L’origine della festa di tutti i santi risale al IV secolo. Ad Antiochia si celebrava una festa per tutti i martiri nella prima domenica dopo Pentecoste. La celebrazione fu introdotta a Roma, alla stessa data, nel secolo VI, e cent’anni dopo veniva fissata al 13 maggio da papa Bonifacio IV, in concomitanza col giorno della dedicazione del Pantheon alla Madonna e a tutti i martiri, e il monumento pagano assunse allora il titolo cristiano «Sancta Maria ad Martyres».
 
In quel giorno, durante al Messa, dal lucernario della Rotonda si faceva scendere una pioggia di rose scarlatte. Nell’835 questa celebrazione venne trasferita da papa Gregorio IV al 1° novembre, probabilmente per motivi di opportunità, come riferisce Giovanni Beleth nel XII secolo, cioè perché dopo il raccolto autunnale era più facile reperire cibo e bevanda per la grande moltitudine di pellegrini che si riversava a Roma in quella occasione”. (1)
 
“La commemorazione dei defunti, dovuta all’iniziativa dell’abate di Cluny, S. Odilone, nel 998, non era del tutto nuova nella Chiesa, poiché, ovunque si celebrava la festa di tutti i Santi, il giorno successivo era dedicato alla memoria di tutti i defunti. Ma il fatto che un migliaio di monasteri benedettini dipendessero da Cluny ha favorito l’ampio diffondersi della commemorazione in molte parti dell’Europa settentrionale. Poi anche a Roma, nel 1311, venne sancita ufficialmente la memoria dei defunti.
 
Il privilegio delle tre Messe al 2 novembre, accordato alla sola Spagna nel 1748, fu esteso alla Chiesa universale da Benedetto XV nel 1915 (si tratta della Costituzione Apostolica del 10 agosto 1915 che ancora oggi concede ai presbiteri la possibilità di celebrare tre Messe, una applicata per tutti i fedeli defunti, una secondo le indicazioni del papa e una sola ad libitum secondo le intenzioni cioè del celebrante o dell’offerente). Si è voluta così sottolineare una grande verità, che ha il suo fondamento nella Rivelazione: l’esistenza della Chiesa della purificazione (d’altra parte la Chiesa non smette mai di avere necessità di purificazione), posta in uno stato intermedio ma temporaneo, «dove l’umano spirito si purga e di salire al ciel diventa degno», secondo l’efficace immagine dantesca.
 Nella prima lettera ai Corinzi S. Paolo usa l’immagine di un edificio in costruzione”. (1)
Per chi sarebbe tentato di pensare che tutto è nato o nasce dalla città di Roma è interessante notare che tante tradizioni oggi assodate nel culto della cristianità hanno mosso i primi passi in comunità lontane da Roma, segno di una grande vitalità delle diverse comunità di credenti cristiani. È importante poi sottolineare che le nostre celebrazioni hanno una radice lontana nella storia della Chiesa e questo dovrebbe portarci ad una rivalutazione delle tradizioni più valide, anche se bisogna dire che il culto dei fedeli defunti è ancora un culto piuttosto radicato: se poi più che gli aspetti prevalentemente terreni dovessimo aprirci maggiormente a curare gli aspetti che riguardano la vita oltre la morte, assisteremmo alla maturazione di frutti veramente validi.
 
Un interrogativo è frequente anche su quelle che vengono definite le anime abbandonate. Bisogna tenere presente che in ogni celebrazione eucaristica il presbitero, e quindi la Chiesa tutta, sempre fa memoria di tutti i Santi e prega per tutti i fedeli defunti «dei quali solo tu o Dio conosci la fede».
 
In un prossimo articolo parleremo del culto dei santi come si sviluppato nei primi secoli della vita della Chiesa.
 
(1) IL SANTO DEL GIORNO, Mario Sgarbossa e Luigi Giovannini, EP Roma 1978
 
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